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Renato Turla, l’antiguru

Written by Jyotim

Intervista per La Repubblica in occasione del workshop
LA CONSAPEVOLEZZA DEL SERVITORE, IL CORPO

Milano il 4 febbraio 2012

Articolo originale: http://yogaholic-d.blogautore.repubblica.it/2012/02/02/renato-turla-lantiguru/

Renato Turla Mi ha divertito molto intervistare Renato Turla in arrivo a Milano per un workshop nell'ambito dello Yoga Festival. Renato, che fa yoga da 40 anni e si è formato con B. K. S. Iyengar e Dona Holleman, ha un passato agonistico nelle arti marziali (lo si capisce anche dal linguaggio che usa) e un approccio molto fisico alla disciplina. A un certo punto mi ha detto che lui a tutti questi Om e mantra preferisce il canto gregoriano che lo emoziona molto di più («Una cosa è capire, un'altra è sentire») e che non ha mai letto la Gita. Non credo che si definirebbe uno yogi (nell'intervista ha detto che viene chiamato l' antiguru) comunque il lato "esoterico" dello yoga non gli interessa affatto.

 

Il tema del tuo workshop è la consapevolezza del servitore. Che cosa ci insegnerai?

«Nello yoga che insegno enfatizzo il lavoro sul corpo. Noi possediamo una mente illimitata in un corpo limitato. Il fatto che dobbiamo affrontare delle asana senza sbilanciarci significa che con la mente, cioè con intelligenza, insegnamo al corpo a essere più corpo per poter servire la mente e affinarla. Per noi Occidentali è giusto così perché ci misuriamo tutti i giorni col corpo che deve essere una palestra in cui addestrare il cervello. Parlerò molto della pelvis, la linea di confine tra la parte inferiore più grossolana e muscolosa e quella superiore più intelligente e sofisticata (sul collo portiamo 5 chili di testa e non ne avvertiamo il peso) e come dall'armonia di queste due parti si tira fuori una sottigliezza di pensiero».

Proporrai una sequenza?

«No. Proporrò delle asana e spiegherò come farle, quali regole applicare per rispettare il corpo e la postura, cercando di far capire come entrare, con controllo, nella posizione, dove deve andare il peso del corpo e perché, che effetti ha, quali problemi possono nascere se non è eseguita correttamente. In Uttanasana, per esempio, le gambe devono essere perpendicolari e il peso né sui talloni né sulle dita. Il movimento precede l'asana, se il movimento è corretto anche l'asana lo è, se è tentennante anche l'asana sarà tentennante. In Adhomukha (cane a testa in giù) la pressione sottile o il movimento sottile di dita diverse creano movimenti enormi in tutto il corpo. L'importante è non schivare le difficoltà perché se l'ostacolo è schivato diventa sempre più grande. A volte davanti a un'asana difficile si crea uno stato di choc: non ce la farò mai. Per superare lo choc devi guardarti dentro. Le asana vanno affrontate con animo tranquillo e pulito, per questo l'insegnante deve darti delle armi: bisogna partire così, arrivare così ecc.».

Il maestro di yoga deve essere un esempio di vita?

«Non necessariamente. Io vengo chiamato l'antiguru perché secondo me un insegnante deve darti delle indicazioni, una traccia, per quello che devi fare e poi sparire, portarti dentro la difficoltà e toglierti dalla difficoltà. Tu sei libero di seguire quella traccia o no, non puoi modellarti sul pensiero di un altro. Se senti dolore tappati le orecchie e e segui il corpo, non ascoltare l'insegnante. Poi è chiaro ci sono maestri eccelsi che hanno vissuto una vita particolare e possono farti da esempio ma in Occidente non ce ne sono mica tanti».

Che caratteristiche deve avere un buon maestro?

«Deve prima di tutto essere una persona che ama quello che fa e insegna con allegria. Deve farti da specchio e mostrarti cosa fare per agevolare la tua crescita. In questo modo l'allievo arriva a una saggezza istintiva del corpo che si raggiunge solo scavando dentro se stessi. Ecco perché nello yoga ciò che conta non è tanto il risultato (che comunque darà i suoi benefici) ma il percorso che fai per arrivarci. In questo modo la tua azione verrà svolta senza il bisogno di ricompensa, è energia riversata nell'istante. È importante affrontare l'asana sempre come se fosse la prima volta, perché la memoria ti porta a farlo senza creatività. Se invece rimani consapevole istante per istante di quello che stai facendo potrai scoprire una bellezza nella posizione che magari la volta prima avevi intravisto ma non realmente apprezzato. La consapevolezza dell'asana ti sottrae al tempo. Devi essere capace di vivere nel momento e vivere pienamente quello che stai facendo senza distrarti perché la distrazione può portarti a farti male. Lo yoga è una somma di esperienze, dentro questa somma di esperienze nesce lo yoga».

Tu vieni dalle arti marziali, qual è il regalo più bello che ti ha fatto lo yoga?

«Il mondo delle arti marziali è improntato alla competizione e io sono stato agonista in campionati nazionali, internazionali, mondiali... avevo la nausea delle competizione. Lo yoga ti aiuta ad instaurare un rapporto con te stesso, il piacere di lavorare con te stesso senza pensare alla performance».

Perché lo yoga oggi è così diffuso?

«Non lo so. A volte vedo scuole importanti con 50 allievi e scuole molto meno importanti con 300. Dipende da cosa ti propongono. Io non sono molto tenero. Poi le cose di 5000 anni fa non mi interessano, non mi interessa il canto dei mantra perché non mi emoziona. Magari studio per cultura ma non le propongo, né propongo quelle asana da circo che sono proprie degli indiani che hanno un corpo e una storia particolari. A che ci servono? Molta gente è attratta da un aspetto miracolistico, a me francamente questo sembra una piccola fuga dalla realtà, un rifugio che ti tiene vincolato... noi non siamo fiori di serra perché dobbiamo vivere fuori nel mondo».

Perché lo fanno di più le donne?

«Perché viene visto come una disciplina armonica e dolce. In realtà l'armonia e la bellezza vengono da dentro e questo dentro profondo non fa parte né del mondo maschile né di quello femminile. Il movimento è armonico perché è equilibrato e perché hai tirato via dal corpo ciò che portava squilibrio. Questo lavoro è molto intenso».

Gli uomini sembrano preferire l'ashtanga.

«Nell'ashtanga c'è l'impulso ad arrivare velocemente all'asana ma per trasformarlo in una cosa positiva occorre tempo. Occorre tempo per capire come mettersi immobile: sistemare dei segmenti del corpo presentandoli agli altri segmenti. Dall'equilibrio nasce l'immobilità del corpo e del pensiero. E la trasformazione. Ma bisogna avere consapevolezza e precisione, cose che non capisci quando inizi. Alla mente va sottoposto un tutto ordinato e costante nel tempo: come arrivare e in che modo arrivare. Tutto dipende dall'esperineza dell'insegnante. Nello yoga ci sono diversi stili ma la fisiologia è comune a tutti: muoversi nel rispetto del corpo. Il corpo è il primo discepolo dell'anima. Se la materia ha un'innata saggezza perché non sfruttarla? Il corpo c'è stato dato per essere felici, ma nella vita ti distrai e te lo dimentichi e lui, come le persona che non vengono mai guardate e rimangono da sole in un angolo della stanza, invecchia e deperisce. Qualcosa che viene osservato invece è difficle che corra rischi e pericoli. La pratica ti consente una rigenerazione che ti toglie dalla degenerazione imposta dalla vita».

Il workshop LA CONSAPEVOLEZZA DEL SERVITORE, IL CORPO di Renato Turla si svolgerà sabato 4 febbraio 2012 dalle 10 alle 12.30 e dalle 14.30 alle 17 al Superstudio di Via Tortona 27 a Milano. Per prenotazioni www.yogafestival.it

Per chi non lo sapesse Renato insegna al centro Kanda a Palazzolo sull'Oglio in provincia di Brescia.

Approfitto per segnalare che dal 10 al 12 febbraio si svolgerà a Catania il Catania Yogafestival dal titolo Energia mediterranea.

Grazie a Giulia Borioli per l'organizzazione.

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